Seleziona una pagina

Seguire il PD Roma

In questi anni a Roma è mancato il partito. Il partito come luogo della discussione politica. Il partito come punto di riferimento della militanza e degli elettori. Infine, il partito come soggetto superiore agli eletti e capace di fornire una linea politica.

Il fatto che in Parlamento siano state depositate tre differenti proposte di legge sul tema del governo di Roma deve far riflettere: a cosa serve un partito cittadino se questo non è in grado di produrre un’idea di città? E a cosa serve un partito se, qualora questi eletti volessero comunque depositare le proprie proposte, non si pone come naturale organismo per la loro sintesi?

Negli ultimi tempi alcuni tra i nostri eletti, al posto di elaborare una proposta consapevole delle proprie battaglie e, soprattutto, della propria funzione politica, hanno operato nella esclusiva direzione di assecondare alcuni pur nobili istinti della cittadinanza. Per quanto atteggiamenti di questo tipo possano in certi casi contribuire alla vitalità del partito stesso, aprendolo all’interlocuzione con le associazioni cittadine, la loro pubblicizzazione eccessiva è in realtà una resa culturale all’antipolitica. L’amministrazione che abdica alla sua funzione e si pone costantemente sullo stesso piano dell’associazionismo cittadino, per quanto questo sia un diritto costituzionalmente riconosciuto nell’ambito della sussidiarietà, rappresenta plasticamente la più grande sconfitta per la politica. Questo approccio toglie alla politica qualsiasi tipo di valore pedagogico, contribuendo a spostare il dibattito nell’ambito dell’antipolitica, ossia un sistema in cui la figura del politico non solo è irrilevante ma anzi è penalizzante.

Al contrario, la nostra battaglia deve essere quella di elevare il pensiero dei cittadini e migliorare la capacità dell’amministrazione pubblica di risolvere i problemi di propria competenza, avvalendosi eventualmente del valore aggiunto dato dall’impegno dei cittadini, il quale non può e non deve però sostituire una macchina amministrativa che ha l’obbligo di farsi efficiente ed efficace per loro. Diversamente non potrà che amplificarsi la crisi di legittimità dei nostri gruppi dirigenti.

Viviamo in un contesto politico dominato dai nuovi media e dal sistema dei social network. Si tratta di strumenti figli della terza rivoluzione industriale, che hanno indiscussi meriti nella pubblicizzazione degli eventi e delle campagne politiche, e che possono favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica del partito. Chiunque abbia esperienza di militanza sa però che il rapporto diretto e personale è alla base della comunità che costituisce un partito politico sano e che tale rapporto può essere arricchito, ma non sostituito, da quello mediato dai social network. I gruppi WhatsApp non possono essere produttori insani di linea politica. Ecco perché il PD a Roma ha un estremo bisogno di definire meglio ambiti, confini, e gerarchie in nome della trasparenza delle decisioni politiche. Considerate anche le dimensioni, numeriche e geografiche, della comunità che anima il PD romano, è necessario affermare con chiarezza che la linea politica del partito cittadino è definita dal segretario e dal suo gruppo dirigente per mezzo di confronti dal vivo e con tutto l’insieme degli strumenti della vita politica che possono essere anche, ma non certo in via prioritaria, virtuali.

Il fatto che in questa fase non si riesca ad identificare chiaramente un gruppo dirigente romano istituzionale e non si possa stabilire dove si collochi il centro decisionale del partito non solo danneggia il PD stesso ma scoraggia anche la partecipazione di forze nuove nella nostra vita politico-democratica interna. Una situazione paradossale se consideriamo che il commissariamento dovrebbe accentrare e rendere più evidente il processo decisionale. Al tempo stesso, poi, questo approccio informale nella selezione della classe dirigente trasforma le aree politiche interne, che in un grande partito plurale sono una ricchezza ed un modo per coinvolgere basi elettorali differenti, da soggetti politico-culturali a gruppi interessati soltanto a posizionare nomi a capo delle strutture interne al partito, alle istituzioni ed agli organi decisionali.  Proprio per questo alla base di una selezione della classe dirigente ad oggi gli unici criteri che devono essere considerati validi sono la competenza e la partecipazione nella militanza,  non certo l’appartenenza di componente.

Perché gli organi del Partito tornino a lavorare nel pieno delle loro facoltà, ad esempio, occorre convocare la Direzione Romana almeno una volta al mese.

La trasparenza degli organismi dirigenti non è solo un modo sano di fare politica ma anche una forma di rafforzamento del partito stesso. Una gestione trasparente e regolare della federazione romana consentirebbe al suo corpo militante ed ai suoi iscritti di essere maggiormente informati sulla vita interna al partito ma sopratutto potrebbe rendere i militanti partecipi dei processi decisionali e non solamente spettatori passivi delle decisioni politiche.

In questi anni invece ci siamo ridotti ad una guerra delle carte bollate che ha dato una pessima figura di noi ed ha ridotto drasticamente l’efficienza del partito stesso, un’evidenza di questo si è manifestata con la triste parabola di Marino in cui l’incapacità di interlocuzione tra il partito e la sua emanazione amministrativa ha portato alla caduta dell’Assemblea Capitolina. Riuniamo i gruppi dirigenti, dimostriamo invece che il PD Roma è una comunità viva.

Portiamo per Roma una visione politico-amministrativa di lungo periodo, partendo dal presupposto che c’è il rischio che la giunta Raggi si sia stabilizzata e possa durare anche fino al 2021 e che quindi occorreranno forti strumenti di opposizione. Per questo, con cadenza quantomeno settimanale, il segretario dovrebbe incontrare il gruppo in assemblea capitolina per programmare la linea politica, e quindi portare agli eletti le posizioni degli iscritti e riportare agli iscritti le posizioni degli eletti. Vogliamo un sistema dinamico che attraverso il corpo intermedio, il partito, permetta un costante confronto tra eletti ed iscritti.

Un altro organo da convocare con cadenza mensile deve essere il forum degli amministratori romani, a cui parteciperebbero tutti gli amministratori locali, dai consiglieri municipali a quelli comunali, dagli assessori ai presidenti municipali, per condividere buone pratiche e coordinare le strategie politiche dei diversi ambiti della Città.  

La segreteria, poi, deve essere composta da un membro per ogni Municipio che risponda delle criticità presenti nel proprio ambito e che coordini il decentramento amministrativo.

Queste sono semplici proposte di buon senso, al limite dell’ovvietà. Se siamo costretti a proporle è perché il PD Roma ha disconosciuto le sue sedi legittime, privandosi di una qualsiasi prassi organizzativa trasparente e rappresentativa che è l’unica garanzia di vitalità democratica.

Io, Livio Ricciardelli, ritengo che la mia autonomia politica possa essere la più grande garanzia di una segreteria istituzionale che sappia interloquire con tutte le anime del partito. L’autonomia politica di un militante che da anni si è sempre riconosciuto in un partito riformista e di centrosinistra, senza sentire la necessità di definirsi di nessuna corrente o di nessun raggruppamento particolare. Sogno un Partito in cui la classe dirigente sono i segretari di sezione ed i propri consiglieri municipali. Non i portaborse dei parlamentari o i membri degli staff.